Come il Giappone ti resta nel cuore

Tempio Kiyomizu-dera a Kyoto

Tutte le passioni iniziano per caso.
La mia è cominciata da bambina, quando tornavo a casa di corsa per guardare quei cartoni animati dai tratti strani, dalle espressioni stilizzate e i gesti esagerati. Così, grazie agli anime, mi sono avvicinata lentamente a una cultura che ad ogni nuova scoperta mi incuriosiva sempre più, la cultura di un’isola lontana ma a cui mi sentivo inspiegabilmente vicina: il Giappone.

A distanza di dieci anni, al culmine della mia passione per quel Paese, sono riuscita a coronare il mio sogno e a visitare il luogo che per anni avevo solo potuto conoscere attraverso i libri o i documentari. Mio papà mi aveva regalato un biglietto aereo “aperto” per i 18 anni; inutile dire che stavo solo aspettando il primo momento adatto.

Salita sull’aereo che da Doha ci avrebbe portati a Tokyo ho iniziato a ridere nervosamente. Ero tesa, emozionata (e stanca), ogni parola detta dalle hostess in giapponese mi suscitava un’agitazione che non riuscivo a contenere.
Nella mia testa c’era un marasma di pensieri, uno flusso continuo che non mi faceva dormire.
Sarà veramente come mi aspetto? E se non dovesse piacermi? Se succedesse come a Hong Kong? Se le mie fossero solo tutte illusioni?
Ebbene, il Giappone non mi ha deluso.

Nakamise Dori, Tokyo

Il primo giorno in giro per Tokyo mi è venuto da piangere.
Avevo la testa che girava, ero debole, affamata, con tutti questi effetti provocati dal jet lag, ma la mia felicità era talmente alle stelle che, appena entrati nel primo santuario, mi sono commossa.
Stavo realmente guardando le persone purificarsi con l’acqua in un chōzuya; li avevo davvero visti lanciare una monetina, battere le mani due volte e pregare; avevo toccato sul serio un ema appeso poco prima.

Il mondo che avevo solo potuto immaginare fino a quel momento era lì, di fronte a me.
Eppure non mi sembrava un mondo estraneo; in qualche modo, lo conoscevo già. Mi sembrava come di essere per la prima volta a casa di parenti lontani: sai già chi sono, ma non sai come vivono, che arredamento hanno, cosa c’è nel loro frigo. Giorno per giorno scoprivo pezzetti di Giappone, le abitudini, i palazzi, il cibo, l’ambiente che mi circondava. Col passare delle giornate, il mio cuore si legava sempre di più a tutto ciò che stavo vivendo.

Il tempio Senso-ji a Tokyo

Le giornate iniziavano con un «ohayōgozaimasu» e il cinguettio degli uccellini che usciva dagli altoparlanti delle stazioni. Cinguettio che non sembrava neanche artificiale, alternato con una musichetta capace di mettervi il buonumore anche se avete appena perso il treno.

Saliti sui mezzi, ci si iniziava a sentire parte di una quotidianità così simile eppure così diversa dalla nostra. I business man con le loro valigette, tutti ben vestiti, ed i bambini e i ragazzi con le uniformi stirate, gli anziani in veste da gita, qualche turista seduto qua e là. In mezzo, il silenzio.
A volte solo a guardarle non si riesce a determinare l’età delle persone: la pelle è troppo liscia, i capelli troppo scuri, o il viso è troppo spento e sulle uniformi scolastiche si intravedono dei capelli bianchi.
In quel clima tranquillo ci si assopiva sui sedili morbidi, si chiudevano gli occhi insieme al resto della gente intorno a sé e si aspettava solo il suono della propria fermata.

Una volta usciti in strada, alzavamo gli occhi su case e templi; ovunque fossimo, dalla cosmopolita Tokyo alla piccola e tranquilla Nikko, si susseguivano le forme dei tetti piatti delle abitazioni e di quelli appuntiti dei luoghi sacri.
Sui marciapiedi i negozianti spazzavano le foglie colorate dell’autunno. Non una cartaccia in terra, non una sigaretta; l’assurdità era la quasi assenza di cestini, che rendeva tutto inconcepibile per persone abituate a un Paese come il nostro.

Tokyo Tower di sera
Foto di Antonio Mariniello

Grande Buddha a Kamakura

Riproduzione di una pagoda in un tempio di Kamakura
Foto di Antonio Mariniello

Italiani e giapponesi sono i due popoli più longevi del mondo. Mentre giravamo, però, ho avuto l’impressione che loro fossero più “attivi” rispetto a noi. Scalinate ad ogni tempio, da salire per forza se si vuole pregare; vecchietti in gita, con i loro cappellini e la tenuta sportiva; tassisti che hanno vissuto quasi un secolo; e persone in bicicletta, ovunque.
Girare per la città in bici, con l’aria fresca del mattino che ti riempie naso e gola, ci faceva dimenticare per qualche attimo di essere turisti, degli ospiti su quelle strade. Venivamo immersi nel traffico stradale, facendo lo slalom tra autobus e semafori, gli altri ciclisti che ci sfrecciavano accanto.

Insieme ai gruppi di anziani, nelle nostre visite abbiamo spesso visto classi di scolari, ognuna con la sua guida, che giravano ordinatamente per i cortili dei templi. Si dividevano poi in gruppetti e iniziavano a girare da sé, attrezzati con dépliant e taccuini, e delle volte fermavano turisti occidentali come noi per provare ad avere delle brevi conversazioni in inglese.
«My name is Tomiko, what is your name?»
In certe occasioni chiedevano di scattare una foto dopo essersi presentati ed averci chiesto da dove venissimo, sempre con un filo di imbarazzo ma sicuri di ciò che stavano facendo. Si appuntavano tutto su un foglio e poi tornavano dal maestro felici per i loro risultati, per aver parlato con dei gaijin-sanErano di una tenerezza infinita.

Bambino al torii di MiyajimaStatue di pietra dedicate ai bambini nel tempio Zojo-ji

La società giapponese non è perfetta, come qualsiasi altra società. Ma ci sono tre cose tangibili, che senti addosso a te e che quasi ti opprimono con la loro presenza; tre cose che, anche se non hai mai messo piede in Giappone, se non conosci niente della cultura e della storia, percepisci subito.

Una non è una: sono il rispetto e la sua conseguente gentilezza.
Il rispetto e la cordialità di quel popolo sono la prima cosa con cui entri in contatto appena arrivato lì. Ogni persona sembra programmata apposta per cercare di aiutarti e metterti a tuo agio, qualsiasi sia la tua richiesta, qualsiasi cosa tu faccia.
Hai delle allergie alimentari? Lo chef stravolgerà il suo piatto piuttosto che farti mangiare qualcosa che ti faccia male. Sbagli a mettere i soldi nelle macchinette degli autobus? L’autista ti ridarà 270 yen in monetine da 10, facendo tardare la corsa, piuttosto che farti andare via senza resto. Hai dimenticato il tuo zaino o passaporto da qualche parte? A qualcuno verrà in mente di prenderlo e portarlo in un luogo dove tu possa reperirlo facilmente. Non hai il tuo abbonamento con te? Il parcheggiatore di bici non ti farà comunque pagare la tariffa, perché si fiderà di te.

È questo che ho sentito mancare alla nostra mentalità: la fiducia. La fiducia che ciò che dici sia realmente vero, che tu abbia davvero fatto un’azione corretta e che quindi non credendoti ti venga fatto un torto.
La fiducia, per esempio, di un negoziante, che piuttosto di farti spendere di meno, cancella il pagamento effettuato qualche giorno prima con la carta di credito, per poi fartene un altro con il cambio tra valute più vantaggioso. Per te. Perché sei stato un turista simpatico, perché ti sei interessato alla sua cultura e lo sei stato ad ascoltare mentre ti consigliava la katana migliore.

Ragazze in kimono nella Kimono Forest di KyotoUna sacerdotessa del Santuario di Nikko

Tipico ristorante giapponese
Foto di Antonio Mariniello

Dall’altro lato, invece, c’è la parte oscura della medaglia, quella che intravedi nei sospiri, negli sguardi, nei gesti meccanici delle persone. È quella lieve falsità che si nasconde sotto la gentilezza, seguita da un meditato silenzio.
Lo senti nella voce scorbutica del controllore, che minuziosamente ti dà il resto; lo vedi nello sguardo di rimprovero dell’omino del parcheggio delle bici, che ti consegna comunque il buono per non pagare, o nelle persone sul treno, che scrutano curiose i tuoi lineamenti diversi e ti fulminano con gli occhi appena sali con una valigia troppo grossa o mangi un boccone da quanto stai morendo di fame, ma nonostante tutto non ti dicono niente, perché

non c’è niente di più spaventoso del silenzio, perché puoi infilarci dentro tutto ciò che vuoi: sottintesi, bugie o, peggio ancora, verità.

(Laura I. Messina, “Tokyo Orizzontale“)

Poi, però, basta anche solo l’allegria di una ristoratrice, in un locale piccolo e familiare, che mentre prepara una ciotola di ramen si gira a sorriderti; così il ramen ti scalda la pancia, il sorriso il cuore.
E allora lì capisci che non è tutta falsità, che i giapponesi sono un popolo sensibile, attento, cordiale; nonostante qualcosa non vada come dovrebbe, non si lasciano prendere dal nervoso, dal “pregiudizio del diverso”, ti aiutano, ti ascoltano, e fanno andare tutto per il meglio.

Infine c’è la spiritualità. Una spiritualità diversa da quella che avevo visto in Russia, fatta di gesti diversi, di parole diverse. La senti nella vita quotidiana, tra le strade, nei ristoranti; vedi i business man correre per una veloce offerta al tempio, gli anziani salire le interminabili scalinate per il piacere di una preghiera, i bambini riempirsi le narici di incenso, i ragazzi in uniforme ridacchiare e scrivere i loro desideri su un piccolo ema.
Che sia shintoista o buddhista, la loro fede ti si apre come un mondo semplice, fatto solo di cose modeste, che non ricerca lo sfarzo e non deve dimostrare nulla a nessuno. Basta solo un tatami, un simbolo sacro e la volontà di una persona, nient’altro.

Un chozuya in un santuario giapponese
Foto di Antonio Mariniello

Ema in un santuario di Tokyo Incenso in un santuario

Tokyo è l’internazionalità, le luci, la frenesia, il paradosso.
Nikko è la tranquillità, la natura, l’aria pulita.
Kamakura è la salsedine, il sole, il buddhismo, il legno secolare.
Kyoto è l’antichità, la tradizione, le vie infinite.
Nara è la sacralità, i cervi, le lanterne, i templi.
Hiroshima è il dolore, la pace, un origami, la rinascita.

Ecco cosa doveva essere per me questo viaggio: una rinascita, la mia rivincita su tutte quelle occasioni sprecate per la mia salute, alla scoperta del Paese che più di tutti ho sentito simile a me e al mio pensiero. E così è stato.

Da quando sono tornata, sento che il Giappone mi è entrato dentro, e non riesco più a liberarmene. Mi si è insinuato nei pensieri e nel cuore, è diventato termine di paragone per la realtà, un sentimento nostalgico perenne. È il mal di Giappone, che prima non credevo esistesse; sì, insomma, un male per un Paese, per un popolo, sembra assurdo a pensarci, ma invece si concretizza in ogni ricordo.
Sai che la tua casa è qui ma là hai lasciato un pezzetto di te stesso, e devi tornarci per colmare il vuoto creato. Quindi pensandoci, solo una domanda ti attanaglia la mente:

«Quando partiamo?»

Tempio To-ji a Kyoto
Foto di Antonio Mariniello

 

2 Replies to “Come il Giappone ti resta nel cuore

  1. Un articolo emozionante il tuo. Si legge la tua passione per questo paese e per la cultura giapponese. Come dici bene tu i Giapponesi sono noti per la loro civiltà e cortesia

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