Viaggiare non è una fuga, è un rimedio

Il viaggio in Islanda dell’anno scorso è stato fin da subito segnato da un presentimento negativo. Abbiamo inizialmente rimandato la data di partenza, destinata per luglio, poiché stavamo facendo le cose di fretta e io avevo un evento familiare a cui non sarei potuta mancare. Lo stesso evento per cui poco più di due mesi dopo, a ridosso della partenza, mi sono auto-ringraziata di esserci stata.

Un mese prima della partenza, la compagna di mio papà, viaggiatrice incallita, ha iniziato a passare un periodo di salute instabile. Dall’altra parte della famiglia, stava arrivando un lutto che avrebbe distrutto tutti, e che poi in effetti è arrivato, stravolgendo molti piani ma soprattutto molti cuori. La visione di un viaggio in Islanda si stava affievolendo notevolmente ad ogni ora, non giorno, che passava.
Poi, però, la sera della partenza mia mamma mi ha abbracciato e detto: «Vai, ne hai bisogno. Noi staremo bene». Ho puntato la sveglia alle 4:30 e alle 6 ero in un piccolo aeroporto sul mare, pronta per partire alla scoperta di una nuova terra.

L’avventura in quella terra di ghiaccio e fuoco mi ha “curato le ferite”; un posto così austero mi ha imposto di prendere il dolore che avevo e affrontarlo. Non c’erano scusanti: dovevo alzarmi presto, mettermi strati di vestiti, camminare per chilometri sferzata dal vento, resistere all’acqua fredda, alla pioggia, alla fatica. Non avevo tempo di pensare alle cose brutte della vita, perché in quel momento la stavo vivendo con tutte le mie forze; non potevo lasciarmi andare.
Quando per la stanchezza e per il gelo nelle ossa soffrivo in silenzio, il vuoto nel cuore era con me, soffriva con me. Dovevamo arrivare insieme alla fine di quel sentiero, sulla cima di quella collina, e così convivevamo in quelle giornate di scoperte.
È così che il dolore è passato. Viaggiando, scoprendo, faticando. I pensieri che si ammassavano nella mia testa si sono fatti sopraffare dalla consapevolezza che stare male non poteva aiutarmi, rimanere a casa non poteva guarirmi; dovevo affrontarli di petto, e così ho affrontato il vento, le salite, il caldo e il freddo, il sonno. Non potevo stare ferma ad aspettare che passasse, perché non sarebbe mai passato.

Gli ultimi due viaggi importanti che ho fatto, questo in Islanda e quello in Giappone nel 2018, mi hanno insegnato proprio questo: a stare fermi non si risolve nulla. Il dolore, di qualsiasi natura, fa parte inevitabilmente della nostra vita; sta a noi decidere come affrontarlo.

In Giappone il dolore era più fisico che altro, e subentrava quindi la paura di stare male, di crollare, di non farcela ad affrontare un viaggio. La paura che la mia forza di volontà cedesse, e con lei il mio corpo. Invece nel Paese del Sol Levante ho imparato molto, su me stessa e sugli altri: ho imparato che se si hanno accanto le persone giuste, la vita ha un colore più intenso e la fatica si sente di meno; ho imparato che la gentilezza esiste, e si manifesta sotto forme sempre diverse; ho imparato che ognuno di noi ha dei limiti fisici e mentali, e che superarli porta solo ad ulteriore dolore; soprattutto, ho imparato che accettare i propri limiti, comprenderli e conviverci, trattandoli come degli amici e non come dei nemici, è la formula perfetta per vivere al meglio le situazioni.
Quel Paese dalle mille contraddizioni e sfumature mi ha fatto capire che potevo farcela: dovevo solo accettare me stessa e contare sulla mia forza.

Quello che intendo dire in queste righe è che viaggiare non guarisce dalle proprie ferite; non è scappando che si possono risolvere le questioni. Il viaggio, la scoperta, però, possono essere quello slancio per imparare a curarci di noi stessi; possono donarci gli strumenti per affrontare ciò che fa male affrontare, facendoci confrontare sì con luoghi e culture differenti, ma principalmente con quello che abbiamo dentro.
Ed è per questo che penso che viaggiare dia un valore aggiunto alla vita. Tramite esso non si conoscono solo realtà nuove e diverse, ma soprattutto si scoprono lati di se stessi che altrimenti rimarrebbero assopiti, statici in noi; i dolori sarebbero troppo grandi per essere affrontati nella propria quotidianità, e finirebbero per fossilizzarci e vivere male.

Abbiate il coraggio di osare, il coraggio di lanciarvi; abbiate la forza di vedere che oltre ai problemi, ai dolori, alle delusioni, c’è tanta bellezza nel mondo, ma soprattutto in voi. Imparate ad amarvi attraverso le vostre passioni e grazie alla vostra curiosità. Sperimentate il mondo e respirate a pieni polmoni anche se l’aria brucia, anche se fa male: ne potrete solo uscire più forti.

Author: Giulia

Sono Giulia, una travel blogger di 21 anni.

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